:: la rivoluzione del linguaggio :: conversazioni con Enrique Enriquez

 

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intervista  a cura di Danilo DiPrizio

versione inglese by E.Enriquez :: versione spagnola by K.G.Treviño

italiano english español

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© 2016

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ZENRIQUE ENRIQUE

ENRIQUE ENRIQUEZ

ENRIQUE ENQUIRES

ENREQUI EMRIQUEZ

ENQUIRE ENRIQUEZ

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(la regina zen investiga un quaderno da requiem)

II la Papessa

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ph. Maria Octavio

ph. Maria Octavio

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DD. Iniziamo con qualcosa di attuale, di cosa tratta il tuo ultimo libro “Linguistick”?

EE. Linguistick è la lingua trasformata in bacchetta magica, tale e quale come si manifesta nell’Asso di Bastoni. È il gemello del mio altro libro “Tarology”, la sua espressione pratica dove i Tarocchi, come motore del pensiero, trasformano l’alfabeto in un grimorio. Raccoglie tre anni di email settimanali inviate a una lista privata. Per far parte della mia lista una persona deve inviarmi un messaggio rispondendo alla seguente domanda: “Qual’è la lettera più veloce dell’alfabeto?”.

DD. Come è nata la idea del film “Tarology”? E perché hai deciso di metterla liberamente accessibile in web-streaming?

EE. Il film fu uno stimolo di Chris Deleo e Kimberly Naughton. Sempre è stato al di fuori delle mie mani. I Tarocchi sembrano essere una delle poche cose che si possono ancora tramandare oralmente. Per questo mi interessò la idea di un documentario.

Io non lo misi liberamente online. Qualcun altro lo ha fatto. Queste son le dinamiche del lavoro che facciamo: la sua sopravvivenza dipende anche da altri che lo mantengono vivo.

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>>> GUARDA IL FILM ONLINE “TAROLOGY” <<<

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DD. Tu non hai un sito web vero?

EE. Tre o quattro anni fa ho eliminato tutta la mia presenza da Internet, eccetto per facebook, che considero come una estensione della strada. Il mio unico contatto all’esterno avviene attraverso le email che invio alla mia lista privata una volta alla settimana.

DD. Cosa succede nei tuoi incontri dal vivo a New York?

EE. La costante in tutti i miei eventi è che parlo dei Tarocchi come testo poetico. La cultura popolare associa i Tarocchi al predire il futuro. Per assurdo che sembri, una volta che la divinazione del futuro scompare dall’equazione, i Tarocchi entrano in un limbo di psico-sciocchezze e auto aiuto. Io preferisco concentrarmi sulla bellezza delle immagini e sulla loro gaia scienza.

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ph. Kimberly Naughton

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DD. Enrique, quando hai incontrato le cARTE dei Tarocchi?

EE. I Tarocchi sono un silenzio che rivive al linguaggio. Cerco costantemente di ritornare a questo momento in cui vidi per la prima volta le carte. Non è facile. Tutto cospira contro, incominciando dall’occhio, che è una sfera, e solo può appoggiarsi parzialmente sopra il piano delle immagini.

DD. Ricordi qualche persona che ti ha influenzato positivamente?

EE. I Tarocchi sono un punto d’ingresso al mondo delle forme. Presto attenzione a chi abita questo mondo, in particolar modo ai poeti. Alfred Jarry, per esempio, lasciò questa frase:

“Il geometra conosce tutte le cose per mezzo di linee disegnate in differenti direzioni, e ci ha dato il ritratto autentico delle tre personalità di Dio in tre scudi che sono la quarta-essenza dei simboli dei Tarocchi”.

Ma qual’è questa “quarta-essenza” dei Tarocchi? Nel francese originale Jarry non usa la parola “scudo” ma “écusson”. In inglese, la parola escutcheon denomina tanto lo spazio di uno scudo araldico così come il pelo pubico. Così Jarry ci dà la chiave: “écusson” diviene in uno spazio in cui coabitano due idee. Al farlo ci rivela una poetica che può esprimersi geometricamente nella “mandorla”, l’intersezione di due cerchi, come si può ben vedere nella carta XXI il Mondo.

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Grazie a questa frase di Jarry ho potuto capire quest’altra frase, di cui non conosco l’autore, che fa parte del folclore dei Tarocchi di Marsiglia: Le Tarot contient de vingt-deux lames ses leçons. (I Tarocchi contengono le sue lezioni in ventidue lame). Però il suono della frase è ambiguo. La frase potrebbe anche ascoltarsi così: Le Tarot qu’on tient, devin de lames, c’est le son. (I Tarocchi che tu, cartomante, sostieni, sono il suono). Questa frase è dunque una “mandorla”. Ci dice che l’essenza dei Tarocchi è contenuta nell’aspetto concreto delle immagini e nell’atto di convertire queste immagini in suono. Possiamo riassumere meglio tutto in questo grafico:

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La donna dell’arcano XI la Forza apre la bocca del leone. Sopra questa immagine abbiamo San Blaise (in italiano: San Biagio), santo patrono dei soffocamenti e delle gole ostruite. In inglese “Blaise” suona come “blaze”, una fiammata, come quella che vediamo sulla cima dell’edificio di XVI La Casa Dio. L’apertura della torre è visualmente simile alla bocca del leone. La fiammata suggerisce un ruggito. Tutte queste idee si riflettono tra di loro, mostrando la tensione tra il piano denso delle immagini, che non cambia mai, e il piano sottile della parola, che sta in un constante fluire.

Quello che vediamo qui in azione è la ‘cabala fonetica’, conosciuta anche come il “linguaggio degli uccelli”. Pensando a questo ho iniziato a seguire un lignaggio di scrittori che hanno delle idee che si avvicinano a questo tipo di tradizione che esalta i giochi di parole. Ad esempio André Bretón, Farid ud-Din Attar, Raymond Roussel, Jean-Pierre Brisset, René Guenón, Fulcanelli, Claude-Sosthène Grasset d’Orcet, Velimir Khlebnikov, François Rabelais, Marcel Duchamp e molti altri.

Però i morti parlano, non ascoltano mai. Per questo esistono gli amici.

DD. Quando hai incominciato a lavorare concretamente sui Tarocchi con le parole?

EE. Da quando ho inteso che l’anima delle parole suggerisce una geometria nella quale possiamo riconoscere l’essenza dei Tarocchi. Per esempio la parola Wayuu per “sognare” è alapüjaa. La parola Wayuu per “incubo” es maainwaa.

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In ogni parola ci sono quattro lettere “a che suggeriscono un quadrato. Riordinando il resto delle lettere di alapüjaa attorno a questo quadro otteniamo un flusso visuale dove le lettere l, p, ü e j sembrano muoversi in modo ciclico. Diversamente, facendo lo stesso con maainwaa finiamo sulla struttura cristallizzata di un esagono. La consonante m, in cima, e la consonante w, sotto, sono bloccate nella loro simmetria. Niente fluisce.

Non bisogna conoscere il Wayuu (una lingua indigena del nordest del Venezuela) per capire qualcosa di tutto questo. Conviene piuttosto leggere queste parole come chi guarda un angelo in cielo.

Se uno mette da parte il significato delle parole e osserva il ritmo suggerito dalle loro forme, si trova davanti a verità concrete che esistono aldilà dei limiti del linguaggio. Questo ci fa venire in mente qualcosa che scrisse Hugo Ball: “Adotta simmetrie e ritmi al posto di principi”. Lo stesso accade se ci dimentichiamo del supposto significato dei Tarocchi e osserviamo la cadenze delle figure.

DD. Tutto questo fu uno studio mirato con obiettivi e piani particolari o nacque come pura ispirazione?

EE. Ero solito pensare che il lavoro consisteva nel prendere una decisione, in modo che da lì in poi qualcosa che non esisteva nel mondo sarebbe esistito dal momento che qualcuno lo faceva esistere. Piano piano ho imparato a non prendere decisioni e lasciare che il reame delle forme mi porti verso qualche direzione. All’inizio vedevo le carte dei Tarocchi come punti di partenza dal mio viaggio verso le parole. Poi ho capito che erano dei punti d’arrivo, forme che quando mi tornano indietro segnano una fermata.

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DD. Ad oggi hai pubblicato differenti libri, alcuni di questi sono pure interviste, puoi raccontarci qualcosa su queste opere e la loro genesi?

EE. Le interviste sono state il mio modo di avvicinarmi al mondo dei Tarocchi, per capire chi abitava quel pianeta, e anche per farmi un’idea di come questa gente metteva in relazione le proprie pratiche con la contemporaneità.

DD. ParalleLAmente come si MAnIfeStarONo le iDee guIda pEr sViluppare la stesura del primo libro al mondo di Tarocchi senza nessuna immagine: “Tarology”?

EE. Tutti i libri sui Tarocchi sono un disastro, perché sempre ci si vuole intromettere e anteporre all’esperienza diretta delle immagini. Nel migliore dei casi i libri di Tarocchi potremmo vederli come delle note a fondo pagina del testo autentico, che sono proprio i Tarocchi stessi. Per questo motivo ho ritenuto inopportuno inserire immagini nel libro.

Incluso le vite di tutte le persone che hanno utilizzato e consultato le carte nel corso della storia, potrebbero essere viste come una specie di “marginalia” dei Tarocchi.

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Tarocchi di J.Noblet 1650 ca Parigi ::  restaurati da J.C. Flornoy

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DD. Sento che in qualche modo il tuo lavoro ci porta verso un riscatto del simbolismo delle lettere ed un uso della parola come entità viva. Pensiamo alle culture “iconoclaste” per tradizione, come quella dell’islam, dove l’assenza dell’utilizzo di immagini ci permette di focalizzare la percezione sulla pura geometria dell’alfabeto, delle sue matrici visive e dei suoi ritmi (gesti) – elementi strettamente connessi al suono delle parole. Paradossalmente, chissà come potrebbe essere un mazzo di carte fatto di semplice alfabeto?

EE. Qualche volta mi hanno proposto questa idea di fare dei Tarocchi alfabetici, ma le lettere dell’alfabeto sono già dei Tarocchi! Ci sono atti estremi, come il poema LION FIGHT di Michael McClure, che consiste in un mazzo di carte, dove ognuna delle quali tiene scritto due parole relative al campo semantico di un combattimento di leoni. Uno può mescolare le carte, metterne qualcuna sul tavolo, e indipendentemente dalla combinazione, il poema evoca un combattimento di leoni.

Anche il poeta russo Lev Rubinstein compone serie di frasi sui biglietti che si usano per catalogare i libri in biblioteca. Ci sono molti altri esempi. Personalmente non sento la necessità di pronunciarmi inventando un mazzo di Tarocchi, e quando solo sto cercando di comprendere un mazzo tra migliaia, questo già mi mette a fatica.

Il secolo XX è stato un secolo interessante per il linguaggio. Agli inizi del secolo i futuristi e i dadaisti hanno fatto a pezzi il linguaggio. Negli anni ’60 gli artisti concettuali iniziarono a privilegiarlo come materiale. Ultimamente ho trovato questa poesia di Kasimir Malevich:

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EE. Malevich scrisse la parola “Aldea” e la marcò con linee forti. In basso c’è una nota che dice: “Anzichè disegnare le capanne ed i suoi spazi nella natura, meglio scrivere ‘Aldea’, e questo apparirà ad ognuno con dettagli più fini“. In questa poesia la parola funziona quasi come un readymade. Malevich, nel 1915, anticipa l’arte concettuale, e il lavoro di gente come Joseph Kosuth o Lawrence Weiner, che mi interessa molto. Scoprire questa poesia mi ha emozionato parecchio.

Onestamente io non so quel che faccio. Quando scrivo, solo mi lascio trasportare per un certa logica che mi suggerisce la relazione tra le forme delle lettere in una parola. Scrivere in tutte le lingue è come scoprire che il silenzio è la musica delle sfere.

Il valore di quel che creo consiste nel fatto che lo pratico giornalmente, come altri fanno yoga o si ubriacano. La poesia (visiva, concreta, concettuale) è solo una parte di questo lavoro. Mi interessano anche i sigilli, le formule magiche dei grimorii patipembas congolesi, i vévés haitiani, i rebus, i geroglifici. Parte della ricerca consiste nell’abitare il linguaggio come esperienza. L’altra parte sta nell’imbastire le vestigia del destino di una tradizione composta da innumerabili autori che si avvicinarono allo stesso fascino per le parole.

Per esempio, nel poema Persiano La conferenza degli uccelli, scritto nel 1177 da Farid ud-DinAttar, esiste nello spazio tra Simorgh, una parola che nomina un uccello mitologico, il re degli uccelli e si morgh, che significa “trenta uccelli”. All’inizio del poema gli uccelli decidono di avere un’udienza con il loro re. Tra le migliaia di uccelli che viaggiano attraverso i sette regni, molti si perdono, si stancano, muoiono, vengono divorati… Solo trenta uccelli raggiungono la loro destinazione, dove s’incontrano con la loro propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua.

Molti dei lavori di Marcel Duchamp funzionano nello stesso modo. Il suo primo readymade, del 1916, fu una ruota (roue) di bicicletta sopra una seggiolino (selle): roue-selle = rousell. Duchamp era un gran ammiratore di Raymond Roussel, uno scrittore che ugualmente era solito scrivere nello spazio tra due parole.

Possiamo tracciare in una linea l’epopea di un’idea: il Linguaggio degli Uccelli, dal secolo XII al secolo XX, dalla poesia antica all’arte moderna. In qualche punto di questa linea incontriamo il linguaggio dei Tarocchi.

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DD. Queste cose mi fanno pensare agli ideogrammi orientali, ai geroglifici (perfette “mandorle” tra suono-parola e immagine), anche ai “calligrammi” di Apollinaire agli esperimenti della poesia visiva etc.

D’altra parte se approfondiamo l’origine delle lingue Indoeuropee arrivando alle sillabe e alle lettere del sanscrito antico, possiamo riscoprire la radice fonetico-visiva del nostro linguaggio attraverso i significati delle lettere stesse e del loro movimento grafico nello spazio.

Considerando questi aspetti e volendo avvicinarsi a questa alchimia della parola e delle forme: possiamo azzardarci a dire che un buon dizionario etimologico potrebbe rivelarsi più illuminante che un manuale di Tarocchi?

EE. Il segno delle lettere impresso sulla carta equivale visualmente alla voce nell’aria. Sempre tengo a mente Marcel Bénabou, che disse: “écrire c’est tracer deux lettres et puis rire”, (“Scrivere è tracciare due lettere e ridere”).

Il puro piacere di segnare lettere sulla carta produce un piacere straordinario che, contemporaneamente, viene caricato dalla “diversità” dell’elemento magico. 

In francese écrire è letteralmente é + rire (ridere). Come vediamo, è sempre lo stesso gioco, che consiste nell’incontrare un ingresso nello spazio tra le cose. Le lettere cominciarono essendo immagini. Prima di questo furono sicuramente gesti. Qualsiasi parola tiene un ovvio valore semantico, però anche un valore grafico nonché coreografico. Se danziamo una lettera nello spazio ci trasformiamo in una delle figure dei Tarocchi.

Rispetto al resto della tua domanda, qualsiasi cosa è un miglior manuale di Tarocchi che un manuale di Tarocchi.

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DD. Enrique, ciò che dici sullo “spazio tra le cose”, mi fa pensare ad una sola parola: SIMBOLO, e al suo significato  di unire due elementi. Mi piace l’idea del “vuoto attivo” e di questa tensione tra diverse entità, che di fatto è una constante nei Tarocchi di Marsiglia. Il simbolo di “osmosi” che si rivela nella carta XXI il Mondo con la “mandorla”, appare anche in altre carte – specialmente negli arcani minori come le Spade, o in modo differente nel centro dei Bastoni, nel Due o nel Sei di Denari, nel Due di Coppe e tutte le carte che contengono motivi floreali ecc.

Possiamo dire che questa allegoria del sincretismo tra elementi – dimensione indefinita dove si genera una metamorfosi semantico visiva – sia effettivamente l’anima dei Tarocchi?

EE. Un simbolo non è altra cosa che una relazione tra due forme, una relazione che normalmente porta con sé una carica emozionale. Per questo un simbolo ci può portare all’azione – e forse per questo dovremmo ignorare il richiamo dei simboli stessi.

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Tarocchi di Marsiglia by PABLO ROBLEDO

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DD. Citasti Alfred Jarry, iL drammatUrgo fraNcese, poetA e scrittore che si suppone abbia inventato la “Patafisica”: termine ASSurdO e di fatto abBASTanza scONoscIuto fuori degli aMbienti ArTisTicO-teatrali o poetici. Leggendo il tuo libro “Tarology” si incontrano molti riferimenti alla “Scienza delle soluzioni immaginarie”.

EE. Alfred Jarry fu un personaggio straordinario, conosciuto soprattutto per Ubu Roi, un’opera nella quale alcuni vedono l’inizio del teatro moderno. Il dettaglio più famoso di questo libro è che inizia con la parola ‘merdre’, un intervento alla parola francese ’merde’ (merda). Questo provocò scalpore nel 1896. Lo stesso accade anni dopo, nel 1965, con Aram Saroyan e la sua poesia ‘lighght’, la cui pubblicazione scatenò una serie di dispute che continuano ancora oggi.

Merdre’ è un buon esempio per intendere la “patafisica”. Jarry la definì come la “Scienza delle soluzioni immaginarie” ed anche come una  scienza che si concentra tanto nel particolare come nello straordinario. I due principi basici della patafisica sono la sizigia y il clinamen. “sizigia” è una parola presa dall’astronomia che nomina la congiunzione di astri celesti. “clinamen” è invece una parola che Jarry prese da Lucrezio, e indica la deviazione che compiono gli atomi nel creare nuovi ordini attraverso il caso e il caos. Possiamo immaginare che tutto l’allineamento di lettere in una parola è un sizigia, un evento particolare, parziale, eccezionale e momentaneo, come un eclissi. Dopotutto, ogni parola che usiamo non è che un’eccezione nel movimento continuo dell’alfabeto. Possiamo vedere come una sizigia tutti quei momenti in cui una forma si converte nella congiunzione di due idee, come abbiamo visto prima con il suono di ‘blaze – Blaise’. Questa è un’altra eccezione nel dinamismo infinito del mondo delle forme. La mandorla nell’arcano XXI il Mondo indica una sizigia. Gli oggetti e le forme si allineano nella pulsione erotica delle sue coincidenze.

Includendo una ‘r’ addizionale in ‘merde’ Jarry creò un clinamen, facendo deragliare la parola ed insieme la sua sonorità. Allo stesso modo, ogni carta dei Tarocchi sul tavolo può far deragliare quella che è salita prima. Mi piace pensare che ogni sizigia sia il suo proprio clinamen.

Un aspetto della ’patafisica che mi appassiona è l’interesse dei suoi cultori verso i giochi di parole. Non si tratta di vedere un ‘calembour come una barzelletta ma piuttosto intendere il suo potenziale poetico, attraverso il quale si realizza l’idea che il linguaggio crea e ricrea il mondo.

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DD. Con queste premesse mi vengono in mente i seguenti giochi di parole:

iMÁGEN o ENiGMA?

LiSTEN or SiLENT?

CONViNZiONE o CONVENZiONE?

MATER o MARTE?

ORACULO o LOCURA?

WORDS or SWORD?

GOD or DOG?

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EE. Gli anagrammi sono verità concrete. In spagnolo IMAGEN (immagine) si riordina in ENIGMA. Questo è un fatto. Non c’è nulla di soggettivo o relativo al riguardo. Gli anagrammi sono una delle operazioni migliori di magia con le parole.

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DD. Nel tuo emozionante documentario “Tarology”, metti l’attenzione su questa “macchina poetica” e le permutazioni tra i 78 arcani (oggetti, colori e gestualità) vedendo il tutto come una possibile ed inesauribile fonte d’investigazione, dentro e fuori dal nostro essere.

EE. I Tarocchi sono un buon punto d’ingresso verso l’intelligenza poetica del mondo. Oggi mi interessa di più osservare questa intelligenza nel suo proprio linguaggio, che è il materiale più straordinario, perché è allo stesso tempo irreale e veritiero, denso e sottile, astratto e concreto.  Il linguaggio è un mondo orfico, aldilà di ciò che percorriamo in cerca di visioni.

Normalmente scrivo in lingue che non posso comprendere, per distogliermi dalle mie proprie opinioni. Non sono sicuro che questa sia poesia, ovvero questa parola che la gente usa quando vuole trasformare lo spazio tra “questo” e “quello” in letteratura.

DD. Nel tuo film ribadisci che ti sembrano inopportune le credenze popolari sui Tarocchi, dalle più folcloristiche a quelle della cultura NewAge: i Tarocchi come atlante astrologico, viaggio mistico, egizio, cabala, chakra, ecc. Inoltre sembra che tu non sia molto interessato al loro utilizzo come specchio archetipico o strumento di analisi psicologica.

EE. La psicologia ha rovinato la divinazione. L’ha convertita in un esercizio narcisista. Chi paragona la lettura dei Tarocchi con la psicoterapia cerca di normalizzare il potenziale sovversivo del divinatorio. Abbiamo il terrore dello spazio vuoto. Viviamo cercando di riempirlo. Ma i Tarocchi esistono per creare spazi vuoti, così uno impara ad abitare l’incertezza.

DD. Sono d’accordo con quello che dici, però non possiamo ignorare le numerose ed evidenti assonanze con altre realtà, come ad esempio quella della carta XVII le Stelle con il segno astrologico dell’acquario o il mito greco delle Pleiadi. Certamente non vogliamo “mummificare” il significato di una carta però è palese che l’iconografia di questo mazzo è impregnata di mitologia greca, simbologie mesopotamiche e cristiane… allegorie medievali, ed in particolar modo tutto l’immaginario dell’Alchimia.

Guardiamo per esempio le seguenti immagini. Le due sculture di Pazuzu e Istahar (detta anche Inanna, Astarte o Lilith) sono demoni della tradizione mesopotamica che ricordano apertamente, per gesti e posture, l’arcano XV il Diavolo.

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foto centrale: XV Le Diable . CBD Tarot by Yoav Bend Dov

E le seguenti: Nel primo riquadro IX l’Eremita dei Tarocchi italiani detti “Carlo VI” (sec. XV) insieme ad un’altra figura simile che proviene dal codice “Splendor Solis”, un trattato tedesco di Alchimia del 1582 oggi conservato nella Biblioteca de Londra. A destra invece una bella rappresentazione con I il Bagatto, dal codice astrologico “De Sphaera” (Italia, siglo XV – Biblioteca Estense).

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EE. Chiaro, si tratta dello stesso gioco. Il miglior modo per conoscere un’immagine è di porla dentro l’iconografia della cultura che la creò. Però le relazioni tra le immagini dei Tarocchi e i sistemi esoterici non trovano un’organizzazione totale di tutte le carte. Qui ritorniamo alla idea di una “scienza delle eccezioni”.

Domenica scorsa sono uscito molto presto di casa per andare al caffè dove di solito vado a scrivere. A metà del cammino mi sono accorto che non avevo il mio quaderno, così sono tornato a casa, dove tutto il mondo dormiva ancora. Viviamo in una casa vecchia, dove tutto scricchiola. Nel tragitto ho incontrato questa immagine:

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E poi questa:

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Nella prima immagine è contenuto il Matto. Nella seconda l’Asso di Coppe, che nei Tarocchi ricorda anche una casa. “Il matto ritorna alla casa”, o forse, “Solo un matto ritornerebbe a casa.” Questa è l’esperienza diretta dei Tarocchi. Che cosa ci guadagna uno a imbottirla di numerologia?

Il pensiero occultista viene tradito da un atteggiamento, a volte involontario, sollecitando che i Tarocchi in sé stessi non sono sufficienti, c’è bisogno di allinearli ad altri sistemi perché siano presi sul serio.

DD. Sì, in effetti tutti abbiamo sempre voluto identificarli con qualche cosa di astratto o filosofico-esoterico. Sono d’accordo con te e nel momento in cui iniziamo a riconoscerli e viverli nel concreto – nelle azioni quotidiane, negli oggetti e attraverso le forme della realtà circostante – incomincia una vera rivoluzione-evoluzione nella nostra esperienza con i Tarocchi:  la lettura delle carte, e dei simboli in generale, cambia irreversibilmente. Penso che una volta coscienti di questo, soprattutto utilizzando i 56 arcani minori, si possono aprire mondi infiniti.

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DD. Enrique, qualche domanda tecnica: perché usi i Tarocchi di Marsiglia ed in particolare i mazzi di Noblet e di Dodal? Alla fine del documentario “Tarology” si legge una dedica a JeanClaude & Roxanne Flornoy. Puoi raccontarci qualcosa di queste persone?

EE. Nella maggior parte dei mazzi di Tarocchi, l’azione avviene dentro ciascuna carta. Nei Tarocchi di Marsiglia l’azione sembra concentrarsi nello spazio tra le carte, in quel che succede tra loro, quando un segno in un’immagine attiva in un’altra un diverso segno che risulta simmetrico. Mi interessa lo spazio tra le cose e lo spazio che s’incontra nel mezzo di una cosa stessa, per questo uso questi mazzi e non altri.

Negli ultimi anni è diventata una moda l’idea di “restaurare” i Tarocchi di Marsiglia al loro stato originale. Questa è un’occasione di vendita fantastica per chi cerca di promuovere la sua propria versione di queste carte. Ai tempi, gli unici che effettivamente si dedicavano a ristampare i più antichi Tarocchi di Marsiglia furono Jean-Claude y Roxanne Flornoy; oggi ci sono altri, come Pablo Robledo in Argentina o Yves Reynaud y Wilfried Houdouin sempre in Marsiglia.

In un ambiente così pieno di ciarlataneria come quello dei Tarocchi io preferisco la serenità del lavoro di queste persone.

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DD. Possiamo dire che i 56 arcani minori (comunemente le carte da gioco) – con il loro linguaggio  geometrico e metafisico – siano in effetti il Tarocco originale? L’origine di queste carte si perde nella notte dei tempi, può essere che i 22 arcani maggiori siano stati aggiunti posteriormente come una sorta di espansione del mazzo? Se fosse così perché non immaginare un ulteriore sviluppo del mazzo nel futuro?

EE. In effetti, l’aggiunta dei 22 trionfi sembra essere stata un’estensione del mazzo tradizionale. Ma perché sentiamo la necessità di raccontare la storia dei Tarocchi un’altra volta? Per convincerci di questa, o forse, per vedere se dentro i racconti si cela qualche memoria immaginaria che renda più appetibile questo fraintendimento che sono i Tarocchi occulti. È possibile che in futuro qualcuno dissotterrerà un mazzo di Yu-Gi-Oh! (cartoni animati giapponesi) e la immaginerà come l’enclave contro-culturale di una setta segreta della fine del ventesimo secolo.

DD. La domanda del consultante è assolutamente necessaria? La classica dinamica “consultante-lettore”, “domanda-risposta” oggi ha un limite?

EE. Ogni giorno mi interessa sempre meno la lettura dei Tarocchi.

Mi interessa invece l’opportunità che le carte ci offrono per pensare nel mondo delle forme, e come avvicinandoci a questa dimensione costruiamo segni e simbologie.

I Tarocchi ci permettono di osservare in tempo reale come creiamo simboli. Per accedere a tutto questo uno si lancia nella pratica di leggere i Tarocchi agli altri, però tutte le risposte che possiamo conseguire lì non sono il vero obiettivo. Queste sono solo il principio di altre domande sulla realtà dei segni.

Ultimamente penso che il valore di un segno non sia nel suo contenuto metaforico ma nella sua persistenza nella realtà. Ho incontrato un esempio di questo nel film Sult (Fame), una pellicola del 1966 diretta da Henning Carlsen. In una scena l’attore Per Oscarsson chiede un ‘segno’. Di colpo nota un lombrico a terra:

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Pochi minuti dopo sale su una carrozza e lì c’è una spilla da balia:

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Mi piace pensare che in questo caso il segno ricevuto, il lombrico, sia semplicemente una forma (un occhiolino) che attiva la coscienza nel personaggio, in modo che quando incontra la spilla da balia (altro occhiolino) lo possa riconoscere come rilevante. Nella nostra esperienza quotidiana sappiamo che i segni sono importanti solo quando insistono nella realtà. Qui, anziché il significato simbolico del lombrico, quello che ci interessa è la sua somiglianza visiva con la spilla. Allo stesso modo, l’attore del film, non si domanda che significa la spilla da balia. Di fatto, quel che succede dopo è che Carlsen usa la spilla per chiudersi la giacca dopo aversi tolto i bottoni dell’abito per venderli.

È come dire, il segno non risolve il problema, semplicemente crea una coscienza di una certa forma. Il problema lo risolve l’inventiva del personaggio.

DD. Quel che dici mi ricorda un dipinto surrealista di René Magritte, “Las ideas claras” (1955):

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EE. Certamente. Guardare un segno ci fa coscienti di certe forme nel mondo. La nostra maniera di guardare la realtà è come sintonizzarci su una frequenza definita. Avere coordinate per guardare il mondo è un migliore modo di usare i segni piuttosto che guardarci l’ombelico.

Considera la parola  italiana ‘essere’, è una parola bellissima che suggerisce un triangolo:

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Un triangolo è un istante nel movimento de un cerchio. L’obbiettivo di giocare con le forme è di concepire una visione più astratta della loro realtà che, paradossalmente, rivela verità concrete. Anche mescolare i Tarocchi è un tentativo di trasformare qualcosa di quadrato in qualcosa di circolare. Mi interessano questo tipo di processi.

DD. Quando leggi le carte accetti di rispondere a qualsiasi tipo di domanda? Con sincerità, come ti comporti davanti ad una domanda sulla salute, ti neghi o rispondi senza problemi?

EE. Far domande a dei pezzi di cartone è assurdo. Per questo non c’è nulla a cui non possano rispondere. Non c’è una domanda più assurda che un’altra.

Le carte non possono dirti niente che la realtà non sappia già.

Tempo fa camminando con un’amica incontrammo questo utensile :

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ph Nadia Cohen

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Ogni punta della chiave a stella è differente. Quelli che portano combustibile nelle case la usano per aprire diversi tombini. La mia amica iniziò a fargli delle foto e il conduttore del camion si avvicinò nervoso. Gli spiegai che semplicemente ci sembrava un oggetto bellissimo, “– disse – però è inutile. Solo apre cose, non fa nient’altro”.

Anche i simboli sono attrezzi. Come questa chiave a stella, servono soltanto per aprire qualcosa, è tutto quello che possono fare. Tocca a noi risolvere il resto.

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DD. I Tarocchi stanno vivendo un evidente rinascimento, in internet troviamo risorse infinite, alcune di queste ricche di studi e informazioni approfondite ad opera di esperti con anni d’esperienza alle spalle. In qualche maniera stiamo andando verso la luce? Stiamo riscoprendo l’origine di questo antico strumento?

EE. Temo che per il momento, i Tarocchi e le discipline esoteriche del passato si siano convertite in una nostalgia da hipsters, come la barba lunga, le camice fatte a mano o la birra artigianale. La magia si è evoluta verso altre discipline, lasciandoci indietro: i trucchi di prestigio sono diventati gli effetti speciali, i talismani si sono attualizzati nell’industria della moda, gli incantesimi nella pubblicità, il pensamento esoterico nell’arte contemporanea: oggi la vera divinazione accade in borsa a Wall Street. L’uomo è tanto superstizioso adesso come in pssato, solo che i suoi gusti sono cambiati..

DD. Nell’epoca del “copia e incolla”, cosa pensi della presenza massiva dei “Tarocchi online”, tutti diventano esperti, letture e corsi a pagamento ovunque, fino ad arrivare a siti web di esaltati mercanti che miracolosamente ti vendono “…il vero sapere dei Tarocchi di Marsiglia…”? 

E che dire di “maestri” che rivendicano le loro scoperte, preoccupati che abili emulatori gli abbiano rubato le idee? Oppure del commercio di ridicoli mazzi di carte con gatti, gnomi, angeli e personaggi famosi?

Che pensi di tutta questa “babilonia”, che cosa sta succedendo?

EE. Mia moglie, nella sua infinita saggezza, dice che i Tarocchi sono come il vino. Chiunque può comprare una bottiglia economica e ubriacarsi. Se questa è l’aspirazione, chi vuole andare a studiare come sommelier?

DD. Credi che in futuro la Tarologia potrebbe convergere in uno statuto internazionale che possa riconoscere istituzionalmente lo sviluppo di una professione?

EE. Spero di no. Solo un “eccentrico” può vedere il cerchio.

DD. Enrique, ornando a cose più interessanti, stai lavorando a qualche nuova pubblicazione? Progetti per il futuro?

EE. Fantastico su di un libro postumo. Pensare a questo mi da lo stesso piacere che si sente quando si comprano dei biglietti della lotteria.

DD. Benissimo, che bella immagine! Grazie Enrique, credo che abbiamo fatto una ottima e intensa conversazione. In attesa di novità e di una tua prossima pubblicazione – e invitando i nostri lettori a conoscere e seguire il tuo lavoro – voglio ringraziarti e salutarti con un poema anagrammatico in spagnolo che ho scritto oggi, una visione che sembra condurci all’arcano XVII le Stelle:

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OJOr ollirAMA LUZa

rojo amarillo azul <> orilla . ojo ama luz

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NOTE: in spagnolo le tre parole “Rosso, Giallo, Blu” al contrario rivelano il poema anagrammatico: “Riva, occhio ama luce”

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EE. Il tuo anagramma è un oggetto solido e traslucido che, grazie al principio creativo del caso, risalta la qualità del linguaggio come un’esperienza simultaneamente sensuale, visiva e mentale. Grazie!

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enrique.eenriquez@gmail.com

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ph. Steffen Hedlund

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